Il decreto “Sostegni-ter” aveva fissato al 31 dicembre 2026 il limite massimo per le proroghe dei contratti di Trasporto Pubblico Locale, offrendo una finestra vitale per riorganizzare il settore dopo la pandemia. Tuttavia, la scadenza è già di fatto compromessa: la mappa nazionale rivela Regioni in grave ritardo, con gare appena avviate, andate deserte o impantanate in lenti iter burocratici. Si stima che molte aggiudicazioni definitive non arriveranno prima di due o tre anni, condannando le aziende a un limbo di incertezza che blocca la pianificazione a lungo termine e gli investimenti necessari per il rinnovo delle flotte.

Condividi su:
Il labirinto delle gare TPL: la scadenza del 2026 è un miraggio. E le aziende restano al palo
Il settore del Trasporto Pubblico Locale in Italia continua a viaggiare a due velocità, ma con un unico grande denominatore: l’incertezza. Se da un lato si chiede alle aziende di guidare la transizione ecologica e di modernizzare le flotte, dall’altro le si costringe a operare in un quadro normativo e contrattuale precario, fatto di scadenze irrealistiche e iter burocratici estenuanti.
Al centro di questa paralisi c’è la famigerata scadenza del 31 dicembre 2026.
L’illusione della proroga “Covid”
Per mitigare gli effetti devastanti della pandemia e dare respiro al settore, il legislatore era intervenuto con il Decreto Sostegni-ter (l’art. 24, comma 5-bis del D.L. 4/2022, convertito nella Legge 25/2022). Questa norma ha consentito alle Regioni di estendere la durata dei contratti di servizio pubblico in essere non oltre il 31 dicembre 2026, sfruttando le pieghe del Regolamento CE 1370/2007. L’obiettivo era nobile: sostenere gli investimenti nel TPL e compensare le perdite legate alle misure di contenimento del Covid-19.
Tuttavia, quella che doveva essere una finestra temporale per riorganizzare il sistema e preparare per tempo i nuovi bandi, si sta trasformando nell’ennesimo miraggio italiano. Guardando la mappa attuale delle assegnazioni, è evidente che la scadenza del 2026 non sarà rispettata.
Una mappa nazionale frammentata e in ritardo
L’analisi dello stato dell’arte a livello regionale mostra una situazione a macchia di leopardo, dove i ritardi regnano sovrani:
- Le gare “al palo” o deserte: In alcune regioni le procedure sono partite, ma si scontrano con la dura realtà del mercato. È il caso emblematico della Basilicata, dove i lotti per il servizio regionale e per le province di Potenza e Matera indetti nel 2024 sono andati deserti, con l’eccezione del solo lotto per il Comune di Matera.
- In alto mare: In Calabria, il nuovo piano e il cronoprogramma per la futura gara sono ancora “in corso di definizione”, sotto la forte pressione e le sollecitazioni dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) per le continue proroghe dirette. In Sardegna i contratti sono in scadenza, ma non c’è al momento “nessuna previsione” chiara. Il Veneto è ancora in fase di delineamento del nuovo sistema di governance.
- Procedimenti lenti: Regioni come Lazio, Umbria e Sicilia hanno le gare attualmente in corso, ma i tempi amministrativi per l’espletamento, la valutazione e le immancabili code di ricorsi al TAR rendono impossibile una risoluzione rapida.
- Le eccezioni “In house”: Alcuni territori hanno blindato il servizio tramite affidamenti diretti in house providing, come l’Abruzzo (fino al 2027), la Liguria e il Trentino-Alto Adige (con scadenze che arrivano fino al 2031).
Considerando che alcune regioni devono ancora avviare l’iter o sono appena alla fase della consultazione pre-informativa (come il TPL veronese), e visti i tempi biblici della giustizia amministrativa e delle commissioni giudicatrici, è del tutto presumibile pensare che non vedremo le aggiudicazioni definitive prima di due o tre anni. Il 2026, di fatto, è già saltato.
Le conseguenze: un “limbo” che blocca lo sviluppo
Tutto questo si traduce in un danno enorme per l’economia reale. Questa situazione pone le aziende di trasporto in un limbo di incertezza che non agevola la pianificazione e la programmazione degli investimenti.
Come può un’azienda acquistare decine di nuovi autobus elettrici, costruire infrastrutture di ricarica, o assumere e formare nuovo personale autista se non sa se tra due anni avrà ancora la concessione per operare su quel territorio? Gli investimenti nel TPL richiedono piani di ammortamento decennali e garanzie bancarie solide, che nessuna proroga di sei mesi in sei mesi potrà mai sostenere.
Il TPL non è un’emergenza, è un’industria
Ancora una volta, il Trasporto Pubblico Locale in Italia non viene trattato come un vero e proprio settore industriale. Lo si gestisce con la logica dell’emergenza perenne, dei rinvii e delle toppe normative, dimenticando che le aziende che muovono il Paese hanno bisogno di certezze, di un quadro normativo stabile e di tempistiche amministrative affidabili per poter pianificare il proprio business nel lungo termine.
Finché le istituzioni non garantiranno questo ecosistema di base, il rischio non è solo quello di avere gare deserte, ma di condannare i cittadini a un servizio fermo al palo, incapace di evolversi e di rispondere alle sfide della mobilità del futuro.


